martedì 20 gennaio 2015

Republlica: QUELLI CHE “UNA VOLTA ERA MEGLIO”







QUELLI CHE “UNA VOLTA ERA MEGLIO” – SECONDO UN SONDAGGIO INGLESE, IL 71% PENSA CHE IL MONDO VADA SEMPRE PEGGIO – COLPA DEL “DECLINISMO”, UNA SPECIE DI MALATTIA COLLETTIVA DELLA MENTE



La tendenza a romanticizzare la gioventù e la difficoltà ad adeguarsi al nuovo portano a ignorare che nell’ultimo mezzo secolo l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta da 59 a 70 anni e siamo mediamente più sani e più intelligenti. Non solo, ma le statistiche dicono che la violenza è diminuita…




Se il 2014 ci era sembrato un anno traumatico, fra guerre, stragi, virus letali e la costante incertezza economica, non si può dire che il 2015 sia cominciato diversamente, con il massacro nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi e l’Europa sotto la minaccia del terrorismo. Un sondaggio condotto in questi giorni da YouGov in Gran Bretagna fotografa quella che è probabilmente l’opinione dominante: per il 71 per cento degli interpellati il mondo va sempre peggio, soltanto il 5 per cento crede che le cose possano migliorare.





Ma uno studio della City University di Londra avverte che non sono necessariamente gli eventi a farci vedere un futuro a tinte fosche: è piuttosto una condizione umana, quasi una malattia collettiva della psiche. Si chiama “declinismo”, è la pessimistica convinzione che il pianeta e i suoi abitanti siano avviati a un inesorabile declino, l’impressione che il domani sia sempre peggiore di oggi e di ieri. Ne soffre la maggior parte delle persone: senza rendersi conto dei progressi medici, scientifici, tecnologici e nella qualità della vita per la maggioranza della popolazione mondiale.


Il declino dell America industriale spazza via esempi maschiliIL DECLINO DELL AMERICA INDUSTRIALE SPAZZA VIA ESEMPI MASCHILI





Le cause del fenomeno sono molteplici, affermano gli autori della ricerca. Una è la tendenza psicologica a romanticizzare la gioventù, per cui il passato ci appare più roseo del presente. Un’altra è che quando si chiede a qualcuno di ricordare gli avvenimenti della propria vita, i più ricordano meglio fatti e situazioni che risalgono a quando avevano tra i 10 e i 30 anni.





Un terzo fattore è che invecchiando si tende a ricordare meglio le esperienze positive delle negative. Un’altra ragione ancora è la difficoltà e la diffidenza ad adeguarsi alle trasformazioni tecnologiche: «Da ragazzi non avevamo il telefonino e stavamo benissimo lo stesso».





logo fare per fermare il declinoLOGO FARE PER FERMARE IL DECLINO


In teoria potrebbe essere che vediamo il mondo in declino perché lo è davvero. Ma un recente programma della Bbc smentisce, dati alla mano, il diffuso stereotipo secondo cui si stava meglio “quando si stava peggio”, cioè in un presunto idilliaco, arcaico, passato. Negli ultimi cinquant’anni l’aspettativa di vita mondiale è cresciuta da 59 a 70 anni, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità.





Nonostante le efferatezze del Califfato Islamico, le stragi di terrorismo e la cronaca nera continuino a riempire le pagine dei giornali, oggi viviamo nell’era meno violenta della storia umana, come dimostra un docente di Harvard, il professor Steven Pinker, nel saggio Il declino della violenza : ci siamo dimenticati di come il mondo fosse un mattatoio in cui ci si menava e ammazzava quotidianamente, senza che il sangue facesse nemmeno notizia.





Altre statistiche indicano che siamo mediamente più sani e più intelligenti di prima; e quando mostrano apparentemente il contrario, per esempio il fatto che i malati di depressione sono cresciuti del 4 per cento in vent’anni, in realtà significa che abbiamo una migliore comprensione della salute mentale, grazie una maggiore capacità diagnostica, che promette migliori cure.





MURDOCH IN DECLINOMURDOCH IN DECLINO


Il declinismo che si avverte nell’aria in questo inizio 2015, in effetti, è una malattia ricorrente. Nel Regno Unito se ne sente parlare ininterrottamente dal 1870, quando l’Impero britannico raggiunse l’apogeo: da allora non ha fatto che restringersi, tra decolonizzazione e ascesa di un’altra superpotenza destinata ad eclissarlo, gli Stati Uniti.





Quanto all’America, di ondate di declinismo ne ha già attraversate cinque, a partire dalla Grande depressione degli anni trenta del secolo scorso (diventato, a dispetto dei pessimisti, il “Secolo Americano”), passando per “l’umiliazione dello Sputnik”, quando nel 1957 i russi furono i primi a mettere un cosmonauta in orbita e parve che avrebbero vinto la corsa nello spazio (si sa poi chi è arrivato sulla luna), la sconfitta in Vietnam, il “malaise speech” di Jimmy Carter sul “malessere” degli Usa, fino al grande crash finanziario del 2008.


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Dal 1987 a oggi le librerie si sono riempite di volumi sul declino dell’impero americano, da Ascesa e declino delle grandi potenze di Paul Kennedy, a La fine dell’era americana di Charles Kupchan, a L’era postamericana di Fareed Zakaria, che si concludeva con questo deprimente messaggio: «La magia è finita, le cose non andranno mai più bene come prima». E poiché l’America è stata l’identità e il traino dell’intero Occidente, il declino americano viene vissuto come declino universale, o almeno occidentale.





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Il che naturalmente è esatto, come testimonia l’ascesa economica di Cina, India e altri paesi emergenti. Ma se YouGov, anziché in Gran Bretagna, avesse condotto il sondaggio su “il mondo va meglio o peggio” in Cina, dove il consumo annuale di carne nell’ultimo mezzo secolo è cresciuto da 1 a 40 chilogrammi per abitante, è verosimile che avrebbe ottenuto risultati differenti.





E nonostante il declinismo con cui viene etichettata l’America di Obama, peraltro protagonista di una ripresa economica che fa invidia all’Europa, un ulteriore saggio sulla questione, That Used to Be Us: How America Fell Behind in the World It Invented and How We Can Come Back , del columnist del New York Times Thomas Friedman e del politologo di Harvard Michael Mandelbaum, offre comunque speranze per prolungare il sogno americano nel ventunesimo secolo.


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Se il mondo ci appare in declino, insomma, è perché siamo vittime di una sindrome psicologica di massa, come notano gli studiosi della City University, non perché declini sul serio. «L’epoca dell’individualismo, della democrazia liberale e dell’umanesimo volge al termine», ammoniva all’inizio del Novecento il filosofo tedesco Oswald Spengler, ma poi fascismo e nazismo fecero posto a un’era di pace e benessere come l’Occidente non ne ha mai conosciute.





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Oltretutto, la massima “non c’è limite al peggio” deriva da un aneddoto (la vecchia siracusana e il tiranno Dionigi) dello storico romano Valerio Massimo, nel Primo secolo dopo Cristo: e un po’ di strada, da allora, ne abbiamo fatta. Non sembra ancora arrivato il momento di dire: fermate il mondo, voglio scendere.





ISIS 13 ragazzi uccisi







WASHINGTON – Tredici ragazzini sono stati uccisi in pubblico in Iraq da miliziani dell’Isis perché avevano guardato la partita di calcio della loro nazionale contro la Giordania nell’ambito della Coppa dell’Asia, tuttora in corso.


Le uccisioni sono avvenute il 12 gennaio, ma la notizia si è appresa solo il 19 gennaio. I ragazzini sono stati catturati dai jihadisti a Mosul, controllata dall’Isis, riferiscono i media internazionali, e poi uccisi a fucilate perché, nel guardare le partite, hanno violato la Sharia, la legge islamica.

lunedì 19 gennaio 2015

GASPARRI ,DUE DONNE, UN POLLO




DUE DONNE, UN POLLO - GASPARRI ABBOCCA ALLA BUFALA DI GRETA E VANESSA CHE FANNO ‘’SESSO CONSENZIENTE COI RAPITORI’’: “E NOI PAGHIAMO!” - ASPESI: “STUPRATE E ROTTAMATE DA GASPARRI” - MUGHINI: “GASPARRI È USCITO DALLA CONDIZIONE UMANA”



Aspesi: “Forse prima bisognava informarsi, chiedere ai rapitori se le signorine c’erano state coi rapitori e con quanti, e certo ormai rottamate, si poteva anche risparmiare, lasciandole là” - Mughini: “Il vice presidente del Senato che dice queste cose? Una porcata”.


Perchè stanno morendo così tanti animali?





Secondo i ricercatori, le morti di massa sono oggi più frequenti che mai rispetto alla storia del pianeta. Anche se non sono letali come un'estinzione, le morie di massa possono uccidere fino al 90% degli individui di una specie. Ma perché accadono? Tra le cause le modificazioni climatiche e territoriali dovute all'uomo; nei casi più gravi possono essere implicate molteplici cause.




Negli ultimi settant’anni, le morti di massa animali sono aumentante in frequenza esponenzialmente.

A rilevarlo è uno studio condotto in collaborazione da tre istituti statunitensi (l’Università di San Diego, l’Università di Yale e l’Università della California, Berkley) e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.





La ricerca ha sottolienato come tali eventi siano decisamente in aumento tra gli uccelli, i pesci e gli invertebrati marini, con il rischio di uccidere fino al 90% degli individui di una specie.

I ricercatori hanno esaminato i casi di morie animali di massa documentati nella letteratura scientifica. Anche se esistono sporadici studi che risalgono al 1800, l’analisi degli studiosi si è concentrata sul periodo a partire dal 1940 ad oggi.







Ma cos’è una “moria di massa”? Il termine indica l’evento che si verifica in una specie quando muore una grande percentuale dei suoi individui in un breve lasso di tempo. Sebbene si trattava, fino a poco tempo fa, di eventi rari, essi sono in grado di decimare una specie fino all’estinzione.



Lo studio, infatti, indica che l’enigmatico fenomeno è drammaticamente aumentato in frequenza negli ultimi decenni. Le ragioni che possono innescare una moria sono diverse e concatenate fra loro, come la devastazione ambientale dovuta all’uomo, la quale però rappresenta solo una parte del problema.







Nel complesso, si è notato che la malattia sembra essere il principale colpevole, rappresentando il 26 per cento delle cause di morie di massa. Gli effetti diretti legati all’attività umana, come la contaminazione ambientale, è causa, invece, del 19 per cento delle morie.



La biotossicità innescata da eventi come la proliferazione di alghe rappresenta una quota significativa di morie, così come i processi legati direttamente ai cambiamenti climatici, come condizioni meteorologiche estreme, stress termico, carenza di ossigeno e fame, fattori che aggregati raggiungono il 25 per cento delle cause.







“Lo studio rappresenta il primo tentativo di quantificare i modelli nella frequenza, nell’ampiezza e le cause di tali eventi di morie di massa”, spiega la dottoressa Stephanie Carlson, docente associata presso il Dipartimento di Scienze Ambientali della UC Barkeley e autrice dello studio. “La natura catastrofica delle improvvise morie animali di massa è in grado di catturare l’attenzione umana”.



Lo studio ha rivelato che il numero di eventi di morte di massa è aumentato di circa un evento all’anno negli ultimi 70 anni.



“Anche se potrebbe sembrare poco, l’aggiunta di un evento di mortalità di massa all’anno per oltre 70 anni si traduce in un notevole aumento del numero di eventi”, spiega il dottor Adam Siepielski, assistente alla cattedra di biologia dell’Università di San Diego e coautore dello studio.



Al di là delle statistiche, lo studio suggerisce che il nostro pianeta sta subendo cambiamenti drammatici nella sua ecologia, in parte determinati dall’avidità dell’uomo rispetto alle risorse naturali, in parte determinata da eventi che non sono ancora stati compresi fino in fondo.

IMPARA A DIRE NO !




Quante volte ci è capitato che il capo sul lavoro, i genitori, gli amici o il partner ci chiedano qualcosa che non vorremo fare, che non fa parte di noi, ma che in qualche modo ci sentiamo costretti a fare, pur controvoglia. Sono proprio queste occasioni che a lungo andare non ci fanno sentire

completamente noi stessi e possono creare dei fastidiosi disturbi, come il classico nodo alla gola.Quando si vive con la paura di dire di no, di non essere come gli altri vorrebbero o di non soddisfare i loro bisogni, in realtà stiamo mettendo al primo posto le esigenze altrui, senza ascoltare noi stessi.


“Al lavoro non posso essere me stessa”
Elena, una nostra lettrice, ci racconta la sua storia: “Ho 38 anni, sono sposata con uomo da dieci anni con cui ho avuto due bellissimi figli. Sono impiegata in un’azienda importante e in generale il mio lavoro mi soddisfa, anche se ogni tanto sento dentro di me una strana sensazione di angoscia che mi stringe alla gola. Il nuovo capo ufficio pretende che esegua le mie mansioni alla lettera senza “aggiungere” nulla di mio e lavorare così non mi piace, ma è una persona autoritaria che mi intimorisce. Così faccio come vuole e “ingoio il rospo”. Ultimamente la situazione è peggiorata, mi sento sempre sotto esame e riesco a stare meglio solo quando sto con i miei figli”. Quello riportato è un esempio di come, a volte, le richieste delle altre persone possano influenzare negativamente il nostro benessere psicofisico. Infatti, Elena si sente addosso il peso delle richieste da parte del capo che ostacolano il suo naturale modo di essere e di lavorare, ma non ha il coraggio di controbattere e dire come la pensa.




Il nodo alla gola ci “parla”!
Come ci ha appena raccontato Elena, uno dei sintomi più comuni  dell’ansia, che nasce dalla paura di esprimere se stessi e di dire di “no”, è proprio il nodo alla gola. La sintomatologia ansiosa si può sintetizzare con il termine “angor” che significa “stringere” ed esprime il senso di costrizione che si prova quando ci vengono fatte delle richieste o dette delle cose, a cui noi vorremo rispondere con qualcosa di nuovo o diverso, ma non siamo ancora abbastanza convinti di farlo, sicuri di noi stessi o abbiamo paura delle conseguenze. La gola rappresenta il ponte fra il nostro mondo interno e quello esterno,  ma può diventare una strettoia che fa da “tappo” e impedisce di comunicare efficacemente il nostro modo di essere e di pensare. In questo senso il disturbo “mira” a farci prendere coscienza delle parole non dette, ci costringe a dirle.


Consigli pratici


- Ascoltati di più


- Non avere paura di dire cosa pensi, anche se è qualcosa di inusuale


- Non temere di dire di “no” agli altri


- Non sforzarti di andar bene a tutti, devi piacere solo a te!

COFFERATI,SEMPRE LA SOLITA STORIA



DI GIULIO CAVALLI Sto lavorando in queste ore ad una puntata di Radio Mafiopoli sulle primarie liguri e i condizionamenti mafiosi che hanno di certo partecipato al voto. Scrivo di certo perché ci sono le prove fotografiche (e tanto per prevenire alcuni commenti: sì ci siamo già mossi in Procura). Mi ricordo che quando furono

moltissimi stranieri a votare alle primarie di Napoli si alzò (giustamente) un polverone tale che alla fine vennero addirittura invalidate mentre in questo caso evidentemente tutto è passato molto di più sotto traccia: è la banale ciclicità della politica che quando si sveste dai valori diventa un ripetersi degli stessi errori con risultati differenti in base alla forza del gruppo dirigente di turno. Ma al di là della questione squisitamente politico-affaristica-mafiosa assisto con molta malinconia a chi spera in una “nuova sinistra” figlia di queste primarie e della fuoriuscita di Cofferati che, con tutto il rispetto, mi sembra un ottimo interprete di molti dei mali della sinistra: poco incline a mantenere le promesse (ne scrivevamo qui), vissuto come appartenente ad un’era geologica fa e ovviamente sconfitto. Ecco: pensare che la nuova sinistra possa (o debba) essere l’ennesima costola perdente con una spolverata di tsiprasismo è il preludio dell’ennesima marcia che suona stantia ed entra a pieno titolo in un’alternativa del meno peggio. Perché mi piacerebbe sapere, ma onesti onestamente, quanti conoscono le eventuali grandi innovazioni del programma di Cofferati. Al di là degli schieramenti interni e esterni, quelli che Tsipras è riuscito ad amalgamare. Appunto.

LE RAGAZZE....RAPITE




DA STAMPA lIBERA


Quelli cui le ragazze Greta e Vanessa hanno portato sostegno e 12 milioni


Sulle nuove  operazioni Cia-Mossad-DGSE  in Francia (caccia al terrorista-dissidente, arresto di Dieudonné), Belgio (dove, come Obama insegna con la sua killing list, si infligge la pena di morte extragiudiziale alle cattive intenzioni, immaginate da polizia e media)), Italia (le donzelle anti-Assad liberate), mondo (panico seminato con proclami di sfracelli jihadisti, perquisizioni, arresti), si realizza la

medesima union sacrée sinistronzi-fasciodestre, dal “manifesto” a Giuliano Ferrara, sull’inconfutabilità della matrice islamista di ogni nefandezza.  E’ l’apoteosi del matrimonio stupidità-complicità, per ognuno dei quali termini si distribuisca la responsabilità a piacere. Ne è espressione conclamata Giuliana Sgrena, tsiprasiana, ex-ostaggio emerito e martire in servizio permanente effettivo. La lacrimosa penna del giornale della blanda e compatibile socialdemocrazia tsiprasiana, esulta per la liberazione delle due lombarde alla loro prima crociata su tutta la prima pagina con il titolo “La diplomazia paga”. Sorvola sulla circostanza che a pagare 12 milioni per la liberazione delle due ancelle del terrorismo anti-siriano siamo noi  con quanto ci resta delle depredazioni renzusconiane (come siamo noi a pagare con la libertà e la verità per i terrorismi globali dell’imperialismo e del totalitarismo domestico)  e che, dunque, la diplomazia se ne stropiccia. E’ riuscito a dire una cosa non cavernicola Salvini quando ha preteso che il costo del riscatto di chi, dissennatamente o colpevolmente, si è messo in condizione di essere rapito, venga pagato dallo stesso. 

Rannicchiandosi accanto all’ affettuosa foto delle due cooperanti collaborazioniste fasciate nella bandiera della gang terrorista in Siria, Sgrena titola “Perché siamo felici”, estendendo, con l’abusiva prima persona plurale, all’universo mondo un peana alle due “cooperanti”  di “Horryaty” (Ong-fantasma di tre marpioni pro-stermini in Medioriente) che è interamente suo e della camarilla della disinformazione, buonista o imperialsionista che sia. Ciancia di “cooperanti”, di “azione umanitaria”, di “generosità” e “altruismo”, di “accuse infamanti”  e spara esecrazione contro noi che siamo nauseati dall’ipocrisia di chi glorifica due dichiarate sodali dei mercenari Al Nusra, oggi rinominato “moderato”, quindi meritevole destinatario di armi, istruttori, fondi, dalle democrazie libertarie israelo-atlantico-satrapesca del Golfo. A ulteriore riscatto di questi tagliagole, raccattati tra i terroristi sguinzagliati dai servizi occidentali nei vari paesi della destabilizzazione islamista, la poveretta ci rassicura sulle qualità umanitarie di Al Nusra, che mai avrebbe “fatto dei video di ostaggi sgozzati”. Si vada a vedere il mio docufilm girato in Siria e vedrà un’abbondanza, ma anche solo un minimo, di quanto da quattro anni questi umanitari hanno combinato in Siria tra decapitazioni, impiccagioni, crocefissioni, stupri, esecuzione di prigionieri, massacri col gas. 




La Sgrena, da quando si fece apprezzare a Parigi per le scomuniche al governo algerino per aver bloccato la prima destabilizzazione dell’Algeria ad opera della Francia, tramite le quinte colonne Fronte Islamico e berberi, non ha mai abdicato alla sua missione di bigotta antislamica. Anche se, con notevole incuria per la contraddizione, si è ora messa a far piovere attenuanti sui briganti di Al Nusra. La celebrazione delle due attiviste fiancheggiatrici in prima pagina, poi dilagata nelle pagine interne, è corredata dalla solita vignetta di Biani, anodina, lunare  e quasi sempre ambigua, che raffigura le due con i capelli ad arcobaleno della pace. Nientemeno. Ovviamente i 12 milioni potenziano il terrorismo “moderato” del rimpannucciato Nusra, che ne renderà riconoscenza a Greta e Vanessa. Del resto, i nostri governanti sono pratici di intese, su modi, scopi e profitti, con la criminalità organizzata. Le foto delle ragazze, immaginiamo, saranno ora appesa nella cabina di comando della portaerei “Charles De Gaulle” (l’intestatario si rivolta nella tomba), spedita nel Golfo dal bischero riverniciato padre della patria, accanto a quella dei, tragicamente uccisi da fuoco amico, trucidoni di “Charlie Hebdo”. Lo sguinzagliamento propagandistico per tutta Italia delle due “sprovvedute”, tra comitati d’accoglienza, bande, allori, tripudi istituzionali, si affiancherà all’uragano anti-islamico fatto rigurgitare dal 7 gennaio parigino, mentre le fanciulle liberate vi aggiungeranno l’irrinunciabile primato di Assad, nemico pubblico n. 1, quello contro cui, ascoltando l’accorato appello di Rossanda a sostegno dei “combattenti contro la dittatura”, si sono mosse fin dall’inizio. 
Resta schiacciata in un angolo interno, l’eccellente smascheramento, per la penna del resistente Dinucci, dei cosiddetti oppositori “moderati”, lisa foglia di fico per farci passare le armi di Obama e dei suoi  alleati democratici in Europa e nel Golfo in direzione del mercenariato terrorista IS e, appunto, Al Nusra, che del primo si è dichiarato sodale. Smascheramento che rade al suolo le giaculatorie di Sgrena e l’intera impostazione collateralista del “quotidiano comunista”. 
Je suis Dido 



“Io sono Dieudonné” è il motto indossato da alcuni temerari controcorrente che, però, hanno contribuito a strappare dalle grinfie degli psicoterroristi del Ministero degli Interni francese il grande umorista, arrestato per aver dichiarato “io sono Charlie Coulibaly”, intendendo correttamente e umanamente che, sia i sacrificati alla causa islamofoba della “guerra al terrorismo”, sia lo scombicchierato della banlieu , sono in prima istanza vittime. Capri espiatori vuoi di scellerati complotti False Flag, vuoi del sociocidio compiuto ai danni dei periferici della comunità umana. A suo tempo avevo dedicato alla persecuzione di Dieudonné queste righe, che confermo, per quante sbandate abbia potuto compiere il comico, sempre comunque in direzione opposta e contraria rispetto alle provocazioni razziste di “Charlie Hebdo” e dei suoi corifei. Incitare alla guerra santa contro l’Islam è bene. Sfottere gli ebrei, i musulmani, i cristiani, e gli altri che la fanno da padroni, è satanico. I due pesi e due misure gridano al cielo. L’hanno dovuto liberare.
Tempo fa scrissi in un post a proposito della persecuzione di Diodonné: 
“Antisemiti” di convenienza Il perfettamente legittimo e ampiamente giustificato antisionismo di Dieudonnè viene utilizzato per completare il progetto, da sempre covato dallo Stato Canaglia e dai suoi corifei, dell’identificazione di antisionismo con “antisemitismo” (che, più propriamente, dovrebbe chiamarsi anti-ebraismo, visto che pochissimi ebrei sono semiti, mentre  lo sono tutti gli arabi). Il che aprirebbe la strada alla prigione a tutti coloro che, oltre a permettersi rivisitazioni storiche della Shoah, compiono questo delitto di “incitazione all’odio razziale”. Delitto denunciato proprio da coloro che ne fanno pratica accanita e recidiva da più di 66 anni. Golìa che tira sassi a Davide. Una versione Dieudonnè del vaffanculo, detta “quenelle”, espressa con un braccio steso trasversalmente sull’altro braccio diretto in giù (pari al nostro gesto dell’ombrello), diventata tormentone tra milioni di giovani tartassati dello Stato, viene deformata in “saluto nazista a rovescio”. La sua collaborazione con ebrei e i suoi scontri con il Fronte Nazionale dei Le Pen, il suo radicale rifiuto di criticare gli ebrei, se non nei termini in cui lui e tutti gli umoristi sbeffeggiano anche i lapponi, gli inglesi, i tedeschi, gli americani, gli idraulici, le suocere, i banchieri, vengono stravolti nel loro opposto. Arma di distrazione di massa cui la sinistra auto-evirata si presta e alla cui pseudo-autorevolezza contribuisce  moltiplicandola. Ciambella di salvataggio per il bombarolo Hollande, il cui gradimento sceso all’8% si riflette nei milioni di cittadini che corrono ai botteghini degli spettacoli di Dieudonnè. 
Da Saviano in De Luca Erri De Luca che, come Saviano con il libro sulla camorra, si è costruito a sinistra un’aura di credibilità per aver difeso i sabotaggi alla linea TAV in Valsusa, e quindi averne ricavato un processo con possibile condanna (e qui gli stiamo tutti a fianco, pur senza calore), si inserisce (“Il Fatto Quotidiano” del 16/1/15) a manetta nella demonizzazione di Dieudonné. e nella santificazione di “Charlie Hebdo”. Pensate che giocoliere con le palline della coerenza: “Charlie non si opponeva a qualcosa, era un’irriverenza verso tutte le forme di autorità”. Dieudonné, invece, “sta al fianco di uno che ha fatto una strage, che sottoscrive una strage di ebrei (la poliziotta francese è svaporata), è uno sfregiatore”. La strage, ovviamente, è quella del mercato ebraico, mica quella della criminalizzazione di 1,7 miliardi di musulmani. Non è la strage di verità, convivenza, rispetto e amicizia tra popoli e culture, addebitabile alla rivistaccia islamofobica (che la forma di autorità dello “Stato degli ebrei”, come si esercita sul popolo da esso depredato, non l’ha mai sfiorata). Per De Luca, Charlie è irriverente, Dieudonnè, con la colpa gravissima di avere, lui sì, sbertucciato “tutte le forme di autorità”, è “incandescente”. E dove sta questa “incandescenza”? “E’ tutta interna al mondo islamico”. Netaniahu e i cannibali del globalismo bellico-neoliberista si rallegrano. 



Copre poi ogni sospetto che le guerre imperialiste e israeliane siano funzionali al Nuovo Ordine Mondiale dell’1% , la teoria deluchiana secondo cui tutto è ormai “guerra di religione”. Che, guarda un po’, prima che gli Usa si avventassero su Medioriente e Asia non esistevano e poi, quando la “guerra infinita” è partita, sono state condotte all’insegna della religione, sì, ma quella cristiana (in quelle “guerre di religione” sentiamo l’eco del progetto israeliano, formulato da Oded Yinon nel 1982, di “frantumare gli Stati arabi lungo linee confessionali ed etniche”). Da quando l’ex-responsabile del Servizio d’Ordine di Lotta Continua ha smesso di guidare manifestazioni a sostegno dei Fedayin palestinesi, ha sposato la figlia della presidente della Comunità ebraica e si è convertito a apologeta della Bibbia e di tutto ciò che è ebraico, la parola d’ordine “trattasi di guerre di religione” (e non di classe e imperialiste) l’ha ripetuta ogni due per tre. Ricordo ancora una volta un episodio significativo, quando, durante un suo spettacolo, gli contestai la formula secondo cui il cataclisma palestinese e arabo nascerebbe dalla fortuita circostanza che Gerusalemme è la capitale di tre… religioni, che sfiga!  Gli chiesi ragione del suo silenzio sul genocidio in atto in Palestina e lui…. “A queste domande non rispondo”, tagliò corto, si alzò e pose fine alla performance. 
Come nella discrasia tra la malafede dei governanti in testa e la dabbenaggine dei milioni al seguito, nella marcia di Parigi, o tra ciò per cui hanno votato gli elettori del PD e ciò che il PD ha poi fatto, o tra De Luca No Tav e De Luca No Palestina, o in quella monumentale tra il dire e il fare della Triade Napolitano-Renzi-Berlusconi, si apre una voragine tra i propagandisti destri e sinistri dell’inganno cosmico su terrorismo, e la gente comune, non tutta e non per sempre popolo bue. E’ l’ascolto di tante opinioni di strada, basate sulla crescente molteplicità di esperienze, che ci fanno sperare nella sineddoche per cui il particolare rappresenta il generale. Gente che magari nemmeno si informa alle sempre più numerose fonti della deprecata “dietrologia”, cioè del giornalismo investigativo e delle analisi non dettate dall’OdG del padrone. Ma gente che incomincia ad alzare  lo sguardo dai giornali o dallo schermo, scuote la testa al fetore delle mostruose balle della narrazione di trono e corte. Ha poche decine di referenti nelle istituzioni, ma con questa crescente estrospezione nel groviglio di contraddizioni e supercazzole del sistema, spero che li faranno crescere e si moltiplicheranno essi stessi. 



E’ autolesionista la ripetitività monotona degli episodi di megaterrorismo, incominciano ad aprirsi sempre più voragini nelle ricostruzioni ufficiali degli attentati e nel tessuto della propaganda, risultano sempre più chiari i motivi e gli obiettivi, si constatano nella luce dell’evidenza i vantaggi conseguiti da una parte e i disastri inflitti all’altra. Che si tratti di popolazioni sulle cui vite e case piovono bombe, o di noi cui ne è addossato il costo in termini di condizioni di vita, sempre più di sopravvivenza, si impone e diffonde la  presa d’atto di chi vince e chi perde. E si impara a capire chi sta nella “stessa barca”. La faccia stolto-infingarda dell’”omino di burro”, che ci guida al paese dei balocchi e dei somari, passando per quello dei citrulli, dove vengono incarcerati Pinocchio e mandati liberi il gatto e la volpe (pubblicità: ne narrerò nel docufilm “L’Italia al tempo della peste”), l’ottusa protervia delle maschere Grand Guignol che si affacciano dai palazzi del potere occidentale, stanno registrando contraccolpi. Si può sperare che si trasformino in colpi sociali veri? Di massa, per carità. Vauro che depreca le guerre e prende le distanze dal razzismo di Charlie Hebdo?