Al Nazareno lo scenario fu già evocato nel corso dell’ultima complicata elezione del presidente della Repubblica, per cercare di ricompattare il Partito democratico. Poi, l’ipotesi delle primarie interne tra igrandi elettori, con voto segreto, fu archiviata di fronte all’ovazione dem al Capranica sul nome di Romano Prodi proposto da Bersani e a un semplice voto per alzata di mano, oltre che per la mancata reazione di chi voleva candidare
Massimo D’Alema. Un tripudio che si rivelò alla finesoltanto un’imboscata. Adesso, a un anno di distanza da quel 19 aprile 2013 concluso con il fondatore dell’Ulivo “impallinato” dai 101 franchi tiratoridem, sono le minoranze Pd a rievocare l’idea della consultazione interna. Uno strumento rilanciato per evitare l’irrilevanza nella partita decisiva della legislatura. E per provare ad allontanare dalla partita della successione di Giorgio Napolitano al Quirinale l’ombra pesante del Patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi.
ELEZIONE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, IL PD E LO SCENARIO DELLE PRIMARIE INTERNE – Non è chiaro se, come spiega Fabio Martini su “La Stampa“, Renzi si lascerà tentare dalla proposta. Il presidente del Consiglio, leader che proprio grazie alle primarie e ai gazebo riuscì a scalare le gerarchie nel Pd, non si è ancora espresso sul metodo, anche perché una proposta reale non è ancora stata avanzata dalla sinistra interna. Quasi infastidito, il premier continua a sottrarsi al toto-quirinale, limitandosi a rilanciare per il Colle una condivisione larga tra i partiti e a bocciare i possibili veti.
Di certo, tra i suoi fedelissimi l’idea delle primarie interne non sembra entusiasmare. «Le procedure per l’elezione del capo dello Stato sono già previste dalla Costituzione, non mi sembra utile fare strane invenzioni», aveva replicato a Giornalettismo Ettore Rosato nell’ultima assemblea nazionale del Pd. Eppure, la “carta” della consultazione tra i grandi elettori dem sembra un’occasione in grado di riunire le frammentate anime della minoranza dem.
ELEZIONE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, LE MOSSE DI BERSANI – Non è un caso che nemmeno Pier Luigi Bersani abbia escluso l’ipotesi primarie. L’ex segretario, a sua volta indicato come un nome “quirinabile”, ha provato a smentire le voci sul suo conto, intervistato a “L’Aria che tira“. Per poi rilanciare il nome dello stesso Romano Prodi: «Bisogna ripartire da quella candidatura». Un modo per “bruciarlo”, hanno provocato diversi renziani. Ma l’ex segretario dem ha negato tutto, tirandosi fuori dall’affaire Quirinale. «Cosa volete che dica se mi chiedono un parere? È ovvio che per me bisogna ripartire da lì». Una proposta condivisa anche da un’altra vecchia big democrat come Rosy Bindi: «Non faccio nomi e cognomi, ma bisogna ripartire da lì, dalla vicenda dei 101, da quella ferita che sanguina
ancora».
ELEZIONE PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, IL NODO PRODI – Certo, l’abbraccio delle minoranze dem – dai bersaniani a Civati – , di Vendola (Sel) e il possibile asse trasversale, nel segreto dell’urna, con i forzisti ribellicapeggiati da Raffaele Fitto rischia di far scendere le quotazioni del Professore al Colle. Anche perché il nome viene rilanciato in contrapposizione rispetto allo schema del patto del Nazareno siglato da Renzi e Berlusconi, con il leader azzurro aggrappato alla partita rincorrendo l’ “agibilità politica”. Per ora, ufficialmente Prodi ha già fatto sapere di non essere disponibile. Ma, in attesa che si apra la partita del Quirinale, l’ombra del fondatore dell’Ulivo rimane. Per molti, dentro il Pd (e anche in parte del mondo berlusconiano), resta il Professore il candidato giusto per la “pacificazione”.
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